Resilienza Territoriale

“Felicemente smart da cinque anni” – Roberto Franchini, resilienza e smart working

Da cinque anni pratica “felicemente lo smart working”. Roberto Franchini ha cominciato a programmare da ragazzino e non si è più fermato.

Lavora nel campo IT da più di 20 anni, sempre con ruoli tecnici.

Ha partecipato in qualità di speaker a conferenze nell’ambito tecnologico.

A lui abbiamo chiesto alcuni utili suggerimenti su come portare avanti il lavoro ‘agile’ dalla propria abitazione, conciliandolo con le altre dinamiche di vita e familiari.

 

Ciao Roberto. Come sei approdato al mondo dello smart working e quali sono state le tue prime esperienze?

“Per molti anni ho lavorato per un’azienda e durante quel periodo ho cercato di organizzare il reparto di cui mi occupavo in modo che chiunque potesse eventualmente continuare ad operare da casa nell’eventualità di situazioni di emergenza.

In seguito ho deciso di fare un altro passo in avanti, abbracciando definitivamente la filosofia dello smart working.

Sono entrato in un team internazionale distribuito in vari Paesi.

Di tanto in tanto ci incontravamo a Roma per fare team building e brain storming, ma per la maggior parte del tempo la nostra attività si svolgeva da remoto.

La prima problematica con cui mi sono confrontato è stata l’essere sparpagliati su vari fusi orari e quindi con il tema della comunicazione asincrona.

Faccio un esempio pratico.

Il primo a mettersi al lavoro, nel nostro team, era un ragazzo che viveva in Siberia, almeno 5 o 6 ore prima di me.

Magari poteva aver bisogno del mio aiuto e mi scriveva in chat.

Io però riuscivo a visualizzare solamente qualche ora dopo e nel frattempo lui era già riuscito a trovare la soluzione.

Allo stesso modo avevo anche un collega in Oklahoma che si metteva davanti al computer alcune ore dopo di me.

Dopo un po’ l’aspetto della comunicazione ne viene fortemente influenzato: inizi a pensare se i tuoi colleghi in quel momento stanno dormendo oppure pranzando o portando fuori il cane.

Questo ti porta ad avere più attenzione non solo nei confronti di te stesso ma anche delle altre persone.

Successivamente il mio ex capo, che viveva in Texas, ha fondato una startup, e io l’ho seguito.

A volte capitava che lui continuasse a inviarmi richieste di lavoro oltre le 18, quando io avrei dovuto staccare.

All’inizio può capitare di farsi prendere la mano e di continuare ad esaudire le richieste degli altri, sottraendo tempo alla nostra vita privata.

E’ un modus operandi che non va affatto bene.

Occorre imparare a lavorare in modo asincrono.

Se faccio una domanda, non devo attendermi subito una risposta.

Questo approccio ti insegna inoltre ad essere molto più autonomo: non hai accanto a te un collega a cui chiedere supporto e devi aiutarti da solo”.

 

Attualmente lavori, sempre in smart working, per un’azienda di Londra. Quali sono le differenze tra il metodo italiano e quello britannico?

“Ora come ora faccio parte di un team che lavora da remoto.

Ci sono poi altri team che invece si trovano fisicamente in sede.

Alle 10.30 di mattina tutti i team si ritrovano in videoconferenza per fare stand up meeting.

Funziona così: ogni persona, a turno, racconta quello che ha fatto ieri, i problemi incontrati e quello su cui lavorerà nella giornata odierna.

Il tutto deve durare il meno possibile.

Non sono permessi sforamenti rispetto all’orario stabilito. In genere ciascun lavoratore ha a disposizione circa un minuto.

La persona che ha incontrato un problema e il risolutore si separano in seguito dal gruppo per affrontare la questione.

Gli altri non sono obbligati ad ascoltare, ma possono farlo se lo ritengono utile. Alle 15, ora italiana, abbiamo invece il demo meeting, dove i vari team presentano il lavoro fatto durante la settimana.

C’è una board dove ci si prenota. Il demo meeting dura al massimo un’ora.

E’ un’occasione importante per illustrare al resto della squadra gli obiettivi raggiunti e come il progetto sta prendendo forma.

Si tratta di una cosa non molto diffusa in Italia, ma che gli anglosassoni sanno fare bene”.

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Quali suggerimenti puoi dare a chi si è avvicinato allo smart working solamente nelle ultime settimane?

“Il primo consiglio che mi sento di dare è di non trascurare l’attività fisica.

Io, ad esempio, sono un appassionato di pesi, e mi alleno costantemente, anche da casa.

Ogni tanto è utile alzarsi dalla sedia e fare qualche esercizio per mantenere alta la concentrazione e far lavorare il metabolismo.

Un’altra regola d’oro è: state lontani dal frigorifero.

Una delle prime cose che ho imparato è stata: non mangiare davanti al computer.

Il vostro cervello sta lavorando: è come quando siete al cinema e prendete il cesto di popcorn.

Mangiate senza rendervene conto.

E’ concentrato sulla produttività piuttosto che sulla masticazione”.

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Roberto Franchini

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