Resilienza Territoriale

“Perché l’agricoltura di vicinato fa bene alla salute e al territorio?” – Elisa Zammarchi

Elisa Zammarchi (CIA – Confederazione Italiana Agricoltori)

Ciao Elisa. Com’è avvenuto il tuo avvicinamento al mondo dell’agricoltura?

“Io sono Elisa Zammarchi, figlia di agricoltori.

I miei genitori fanno questo lavoro da tutta la vita, da quando mio babbo aveva 18 anni (ora ne ha 67), quindi da tantissimi anni.

Abbiamo sette ettari, loro hanno cominciato con la frutta: abbiamo pesche, pere, mele, susine, albicocche, ciliegie, fragole, tutti alberi da frutta.

Dieci anni fa abbiamo iniziato a fare i mercatini a Km0 e da lì piano piano ci siamo allargati fino alla verdura, quindi attualmente abbiamo anche tutta la verdura tra cui pomodori, peperoni, melanzane, erbe.

Abbiamo un’azienda abbastanza completa. Io negli ultimi anni mi sono dedicata al vivaismo che mi trasmesso mio fratello.

Lui è più grande di me, io ho 33 anni, lui ne ha 43. Faccio orticole, fiori, fiori edibili molto campestri, quindi fiori antichi, aromatiche e le vendo al dettaglio, quindi ai nostri mercatini a Km0.

I miei genitori praticano l’agricoltura convenzionale/integrata ovvero cercano di preferire l’agricoltura biologica.

Usiamo trappole per insetti, ma ad un certo punto gli insetti superano un certo limite e a differenza di una decina di anni fa in cui si trattava a calendari, cioè al di là di quelle che erano le necessità si trattava, adesso i trattamenti sono più moderati, infatti avvengono su esigenza.

Io come vivaismo adotto un sistema naturale, non uso né prodotti di sintesi, né di origine naturale e comunque industriali.

Uso un terriccio biologico più un lombricompost, come concime uso la cornunghia quindi tutte cose primarie che non hanno subito lavorazioni particolari e in più faccio un orto senza aggiungere nulla che abbia subito una lavorazione industriale”.

E’ possibile affermare che l’emergenza Coronavirus abbia portato i consumatori a riscoprire, almeno in parte, l’agricoltura di prossimità e vicinato (piccole aziende agricole) a dispetto di un’agricoltura basata invece sul modello intensivo?

“Siamo un’azienda familiare, abbiamo 2/3 dipendenti, però il lavoro è maggiormente il nostro.

Nei mesi invernali ci fermiamo e ci dedichiamo alla cura come potature e tutto quello che di cui hanno bisogno i frutti durante l’inverno.

Negli ultimi anni ci siam dedicati ai mercati a Km0 e facciamo 4 mercati a settimana: Riccione, Rimini, Santarcangelo e Bellaria. Con l’emergenza Coronavirus siamo stati bloccati, i supermercati erano aperti ma noi siamo stati censurati.

Noi abitiamo a Santarcangelo, a 4 Km dal centro, in una frazione chiamata Giola.

Qui abitano tantissime famiglie che erano già nostri clienti, perché i pomeriggi prima dei mercati siamo in azienda e chiunque volesse venire a comprare può farlo.

E’ stato bello scoprire che tante famiglie che abitano vicino a noi ma che non erano mai venute a casa nostra, finalmente si sono aperte alla nostra realtà e hanno iniziato a comprare i nostri prodotti.

La cosa emozionante e stupefacente è che questa esperienza ha permesso loro di capire la differenza tra un prodotto comprato al supermercato che subisce giorni di cella frigorifera, molteplici trasporti e quindi ha un deperimento non visibile a occhio nudo, e i prodotti che vendiamo noi. Si sono resi conti che questa differenza esiste davvero. Hanno esperimentato un’agricoltura di prossimità con ottimi riscontri.

Quando una persona sperimenta un prodotto appena raccolto (noi raccogliamo tutto il giorno prima quindi è tutto super fresco) lo percepisce quando mangia che c’è una grossa differenza.

Questa emergenza ha costretto le persone a guardarsi intorno anche grazie alle file chilometriche che c’erano al supermercato e quindi hanno iniziato a fare un’esperienza diretta sul mangiare prodotti freschi e naturali.

Noi la verdura non la trattiamo, ci concentriamo maggiormente sulla frutta e quindi assaggiare questi tipi di prodotti ha creato una base esperienziale su cui poi fare delle scelte.

Quanto queste scelte si protraggano nel tempo va di pari passi con lo stile di vita che ognuno di noi ha in una società in cui i ritmi sono frenetici e i tempi sono sempre molto ristretti.

Il comprare dal contadino richiede proprio una presa di coscienza perché richiede dei piccoli sacrifici: quando vai al supermercato non compri frutta e verdura ma tutto il resto perciò devi dedicare una parte del tuo tempo ad andare dal contadino o al mercato apposita, per cui ci deve essere dietro una motivazione ideologica”

I cambiamenti legati al Covid-19 hanno portato tantissime aziende a reinventarsi e a sviluppare nuove forme di Resilienza: in che modo le piccole o medie agricole del nostro territorio hanno reagiato alla situazione? E’ possibile citare qualche esempio?

“Nel nostro caso per incentivare questa agricoltura di vicinato abbiamo realizzato dei piccoli volantini da distribuire attraverso i nostri clienti per poterci far conoscere ed è una cosa che non avevamo mai fatto. Nel volantino abbiamo illustrato i nostri prodotti con la possibilità di consegnare anche a domicilio.

Quindi ci siamo reinventati in questo senso, ed è sicuramente una forma di Resilienza per poter ampliare il nostro bacino solito di clienti ed ha funzionato.

Io ho fatto più consegne a domicilio a persone che non erano nostri clienti rispetto ai soliti clienti.

La cosa mi ha stupito, non me l’aspettavo.

E’ stato grazie a un passaparola perché non abbiamo spinto più di tanto sui canali mediatici e ho conosciuto nuove persone.

Abbiamo fatto un succo di frutta che non avevamo mai fatto perché avevamo delle mele in più e in questo modo ci siamo attivati come potevamo per far fronte all’emergenza.

L’essere contadino, il fatto di aver intrapreso questo stile di vita, ti porta naturalmente a sviluppare forme di Resilienza perché sei immerso in un contesto naturale che di base è resiliente”.

Abbiamo realizzato per te un test sulla Resilienza!

Secondo uno studio pubblicato da Valori.it (https://valori.it/agricoltura-civica-coronavirus/) nelle zone dove si pratica un’agricoltura non intensiva il numero di contagi Covid-19 è inferiore rispetto a zone dove si pratica un uso intensivo del territorio: quali sono i benefici per la salute legati alle coltivazioni non industriali?

“Molte persone forse non se ne rendono conto ma l’agricoltura intensiva è una monocultura ovvero grandi estensioni, in pianura padana ci sono testimonianze molto ampie, caratterizzate da un perturbamento dell’ambiente.

Quando l’uomo fa questa scelta opera sull’ecosistema un impatto sconvolgente perchè elimina la biodiversità e gli insetti.

Sono temi talmente importanti che a volte se ne parla a sproposito e anche il parlarne troppo toglie valore all’azione stessa. Spopolare un ecosistema di ettari di biodiversità, sia di flora che di fauna, crea non più un ecosistema ma una terra arida che l’essere umano sfrutta totalmente come se fosse un oggetto senza vita.

Si può piantare quello che si vuole, si può nutrire la pianta drogandola (letteralmente) e il suolo quindi diventa un essere inerme che esegue i tuoi ordini.

Questo è lontanissimo da ciò che è un ecosistema.

La differenza grossa tra questa scelta agricola e quello che può essere un modello contadino tradizionale in cui c’è tanta biodiversità crea nell’essere umano che se ne prende cura una grande differenza.

Avere a che fare con tanti ettari monocultura ti spinge per forza a ragionare in maniera schematica e poco vitale.

Fare un lavoro come il nostro in cui abbiamo tanti tipi di prodotti e di verdure, in cui ci sono aree inverdite, aree con l’erba ti costringe invece ad avere a che fare con un ecosistema vivo in cui ci sono tanti insetti e tante erbe spontanee.

Avendo a che fare con tutta questa biodiversità sei ovviamente motivato, più o meno consciamente a forme di Resilienza.

Per questo sarebbe fondamentale preservare le piccole aziende agricole ed eliminare le grandi aziende intensive.

E’ possibile perché questo va di pari passo con lo stile di vita.

L’agricoltura intensiva è soprattutto sul foraggio e quindi su animali o su grano o su qualsiasi altro legume o cereale per uso umano. Di questi articoli probabilmente c’è un abuso estremo per quello che riguarda anche la salute umana.

Ad esempio, attualmente l’agricoltura intensiva usa grani nuovi con un indice glicemico e di glutine altissimo quindi dannoso per la salute.

I grani nuovi hanno un glutine superiore di 5/6 volte rispetto ai grani antichi. Il glutine è un grande problema per la salute dell’uomo.

L’agricoltura intensiva quindi ha molti problemi sia sul sistema ecologico che sul sistema dell’essere umano.

Non mi sorprende che sono avvenuti più contagi da Covid nelle zone in cui si pratica un’agricoltura industriale perché quando fai monocultura i parassiti si moltiplicano a dismisura e possono attaccare una pianta e così facendo si distribuiscono su tutte le altre e questo può avvenire anche con un virus umano.

Una coltivazione umana come può essere la città ad esempio è perfetta per un parassita, non ci sono altri che disturbano e lui può muoversi tranquillamente sulla popolazione.

C’è un parallelismo tra l’agricoltura e l’essere umano: in agricoltura, io lo sto sperimentando direttamente grazie ai professionisti che mi hanno educata all’osservazione, che una pianta si ammala solo quando il suolo su cui cresce è danneggiato, è insufficiente e si nutre di concimi che la drogano.

Se la pianta ha un terreno su cui può nutrirsi bene, non ha sbalzi idrici e sarà sana. Io faccio piante da 6 anni e non ho mai usato nulla se non macerato di ortica in casi eccezionali.

Le mie piante non si ammalano.

Sfido a cercare altri vivaisti che non usano concimi sintetici o industriali.

Il terreno di coltura è importante anche per l’essere umano: i virus, i batteri che noi abbiamo in corpo coesistono con i nostri organi e nel momento in cui la persona ha un problema di nutrizione, quando il suo terreno di coltura quindi il suo fisico ha dei problemi si possono manifestare virus, batteri e funghi che hanno una funzione biologica.

Il fungo ad esempio ha la funzione di degradare la sostanza quando è nei pressi della morte.

Quindi quando un essere umano è in una condizione per cui si sviluppa un fungo, come può essere la candida è perché il nostro intestino ha dei problemi.

E lo stesso vale per la pianta e per tutto ciò che riguarda la monocultura.

Ecco perché è importante diversificare l’agricoltura così come è importante diversificare l’alimentazione.

E’ importante nutrire bene il suolo con sostanze naturali e non con prodotti sintetici: quando irrori un prodotto sintetico come può essere l’NPK o comunque un prodotto ricco di sali minerali accade che la pianta ne è talmente ghiotta che li assorbe avidamente, più di quello di cui avrebbe bisogno e quindi inizia a sudare questo azoto dalle foglie attirando afidi e parassiti e questa è una cosa che i biologi hanno già scoperto e studiato.

Nell’agricoltura industriale quando i suoli sono aridi vengono concimati, la pianta assorbe il concime, lo trasuda e quindi i parassiti attaccano la pianta stessa in maniera aggressiva. 

Invece usando un prodotto naturale e curando il suolo tu permetti alla pianta di assorbire ciò che lei vuole, non è una droga per lei, nel momento in cui il suolo è ricco naturalmente di microrganismi, la pianta può nutrirsi in modo sano e quindi non avrà bisogno di trattamenti.

Il fatto di avere un’azienda diversificata come la nostra e come tante altre aziende che ricorrono all’uso dell’agroforestazione integrando alberi di varie specie ovviamente crea questa biodiversità che porta automaticamente ad un equilibrio, che l’uomo trova nella natura ma anche in sé stesso.

Il vivere in contatto con la natura, nel senso più pieno del termine, non semplicemente andando a fare una passeggiata nei boschi, ti porta ad assumere l’equilibrio che ha la natura come se lo respirassi dai pori ed avviene in modo naturale.

Assorbi quello che hai intorno e se quello che hai intorno è un’agricoltura intensiva monoculturale così è il tuo pensiero, così è il tuo organismo, così è il tuo respiro e così è più facile ammalarsi”.

Quali sono le prospettive future per le aziende agricole del nostro territorio?

“Le prospettive future dipendono dai consumatori. Io faccio i mercati da tanti anni e sono le persone che scelgono che fanno la differenza.

Noi negli ultimi anni abbiamo potuto ridurre i trattamenti perché le persone hanno iniziato ad accettare che la pesca avesse il verme, che la mela non fosse bella e questo grazie anche ad una nostra sensibilità e sensibilizzazione per cui dicendo le cose e spiegandole, ognuno di noi ha la possibilità di fare una scelta più consapevole con più informazioni possibili.

Più le persone si spostano su prodotti a Km0, curati in un certo modo, più aumentano le possibilità che queste realtà sopravvivano e si diffondano.

La politica verticista non riesce a sostenere veramente le piccole aziende ma non per una volontà specifica ma perché il mondo sta andando verso questa direzione.

La persona che sceglie di non comprare al supermercato e che sceglie di dedicare un’ora della sua settimana ad andare a comprare al mercato prodotti a Km0 fa una scelta politica molto importante sotto vari punti di vista di cui ho precedentemente parlato.

Ad esempio anche comprare la pasta Barilla è una scelta, quello di comprare una pasta industriale e di finanziare un certo tipo di agricoltura.

Se le persone decidono di sostenere l’agricoltura diversificata e le piccole aziende del territorio andremo verso un accrescimento.

Io ho 33 anni e ho tanti amici come me che hanno scelto di tornare alla terra e forse la nostra è la prima generazione dopo tante che vedono nella terra la possibilità di essere nuovi esseri umani e di riscoprire valori che sembrano essere dimenticati, accecati un po’ dal progresso e dal benessere.

Ci sono tanti reti di agricoltori in cui si scambiano informazioni. Io ho fatto un corso grazie alla regione Emilia Romagna che ha finanziato questi corsi di agricoltura organica rigenerativa grazie ad un’equipe di agronomi e biologi bravissima (‘’DEAFAL’’).

Stanno facendo un gran lavoro in tutta Italia per portare informazioni tecniche che sono fondamentali perché il grande problema di oggi è che mancano le informazioni, mancano i tecnici competenti su quello che è un organismo ecologico per cui servono persone che hanno studiato, che continuano a studiare, che osservano, che conoscano le dinamiche biologiche e che le insegnino ai contadini e loro lo stanno facendo veramente in modo ottimale.

Quindi anche la regione è stata di grande aiuto finanziando questo corsi e dandoci la possibilità di frequentarli.

La prospettiva che mi auguro io è quella di nuove generazioni che decidono di prendersi cura delle terra attraverso sistemi naturali che permettano di ristabilire un equilibrio che è stato gravemente danneggiato dalle agricolture monoculturali”.

Elisa Zammarchi

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